27 giugno. L’interno è definito da una cavità rettangolare dai bordi smussati, la cui superficie in ceramica mostra una sequenza di tonalità bianche, grigie e avorio, attraversate da increspature e da microrilievi che rivelano una storia di lavaggi, abrasioni e depositi. La parte superiore si distingue per la porosità opaca che cattura la luce diffusa e la trattiene in una pellicola lattiginosa, mentre lungo le pareti discendenti il bianco tende a un beige caldo, leggermente satinato, che accentua il senso di profondità e di incurvamento verso il fondo. Nella zona mediana la materia diventa più densa, con tracce compatte e irregolari, distribuite verticalmente in piccole colate brunastre, dense al centro e sfilacciate ai margini, come se la gravità avesse inciso il proprio passaggio in una successione di impronte. Alla base della cavità la superficie si trasforma: il riflesso acquoso della parte inferiore crea un piano liquido traslucido, giallastro, in cui si accumula una sostanza opaca, densa e terrosa, disposta in un unico blocco leggermente arcuato. La sua forma, non completamente regolare, suggerisce una solidificazione progressiva, una coagulazione di materia che ha mantenuto la memoria del movimento iniziale. Il contorno è definito da variazioni di tono che vanno dall’ocra scuro all’ambra torbida, attraversate da microbolle e da grane sottili che spezzano la superficie come un paesaggio ridotto all’essenziale. L’acqua che lo circonda agisce come lente e come confine: ne sfuma i margini, produce leggere vibrazioni ottiche, e restituisce una densità ambigua, sospesa tra opacità e trasparenza. Il fondo, leggermente inclinato verso il punto di scarico, mostra una patina più ruvida e un deposito chiaro, quasi calcareo, che attenua la continuità del bianco. La luce, proveniente dall’alto, entra obliqua, colpendo in modo diseguale le pareti e creando una distribuzione di chiaroscuri che amplifica la verticalità dello spazio e ne accentua la qualità di contenitore. Nell’insieme, l’immagine appare come una combinazione di materia, luce e gravità: una struttura che registra il passaggio e la trasformazione di sostanze differenti, tra secco e umido, solido e liquido, con una percezione tattile che alterna liscio, viscoso e ruvido. La visione resta centrata sulla relazione tra le superfici e sulla tensione che unisce il fondo compatto alle pareti ancora umide, in un equilibrio precario che non si risolve, ma continua a vibrare nella luce.

27 giugno. Dal bordo superiore una luce lattiginosa disegna una mensola sottile, quasi una piega della ceramica, dove il bianco cambia stato: da opaco e asciutto a lucente e umido nel giro di pochi millimetri. Qui la superficie porta piccole impronte bruno-ambrate, addensate al centro e sfrangiate ai margini, come una serie di micro-urti che hanno lasciato residui asciugati; sono segni verticali e obliqui, con un nucleo più denso che si assottiglia in colature minute, e introducono il passaggio verso il volume interno. Sotto questa soglia la materia si incurva e il bianco vira al color osso; la trasparenza del liquido accumulato oltre la piega funziona come diaframma ottico, ispessisce le ombre, deforma le linee, ribatte i contrasti. La profondità non è immediata: è filtrata da un velo giallastro, una sospensione torbida che assorbe la luce e la restituisce in modo irregolare, con respiri lenti, come se l’acqua avesse un ritmo proprio. Dentro questo mezzo, al di là del diaframma, compaiono due corpi: il primo, addossato alla parete posteriore, ha forma allungata e compatta, con una pelle granulosa che alterna lucido e opaco; il secondo, più piccolo e distaccato, siede sul fondo come un frammento caduto dopo il gesto principale. Le cromie oscillano in un registro caldo, ocra-bruno con risonanze ambrate, e sono interrotte da fenditure superficiali più scure che seguono andamenti curvilinei, come linee di raffreddamento o stress della massa. Il piano di fondo, appena inclinato, presenta una patina calcareo-sabbiosa che attenua il riflesso e introduce una grana più secca, leggibile soprattutto dove il liquido si fa più sottile; sui bordi, la ceramica riflette i volumi in copie sfocate, creando una zona di interferenza dove immagine diretta e riflesso si scambiano, si sovrappongono e si confondono. La luce scende dall’alto, ma si frantuma in più vettori: una lama tenue insiste sul bordo della soglia, un alone più morbido si diffonde nel liquido, piccole scintille scivolano sulle parti più lisce dei corpi immersi, mentre altre zone restano opache, quasi spente, come se il mezzo le trattenesse. Il risultato è un campo percettivo stratificato: superficie asciutta con segni, soglia lucida, mezzo torbido, fondo granulare; tra questi piani si stabilisce una tensione misurata, senza scatti, governata dalla gravità e dalla viscosità del sistema. Non c’è direzione unica, piuttosto un lento attraversamento dal secco all’umido, dal bianco all’ocra, dal netto al filtrato; e in questo passaggio, tra riflessi e residui, lo spazio mantiene una riserva di opacità che non si offre del tutto allo sguardo, come se la scena continuasse a modificarsi sotto la stessa luce che la rende visibile.

6 luglio. L’immagine si apre su un campo bianco quasi uniforme, appena inclinato, che scende verso una cavità regolare, lucida, scavata in profondità. Le pareti, di un bianco grigiastro e umido, portano le tracce di passaggi recenti: piccole macchie giallo-ambra, aloni irregolari che si allungano verticalmente, interrotti da minuscole gocce seccate che formano un ritmo discontinuo. L’effetto visivo è di un chiarore imperfetto, come se la luce proveniente dall’alto incontrasse resistenze, scivolando sulle superfici e dissolvendosi in bagliori trattenuti. Il livello dell’acqua occupa il centro della scena, una lastra trasparente che riflette in parte il bianco superiore e in parte il fondo. La sua superficie, tesa ma leggermente opaca, si comporta come uno specchio torbido: il bordo curvo della ceramica vi si ripiega in un’immagine deformata, e la macchia superiore, bruno-ocra, riappare sotto forma di riflesso più chiaro, moltiplicato e smussato. L’acqua è di un grigio-verde tenue, con una lieve sfumatura dorata che la percorre come un velo sottile; sopra, pochi punti di luce, probabilmente bolle o particelle sospese, che rompono la continuità visiva, generando brevi interruzioni nel riflesso. Sul fondo, parzialmente visibile attraverso lo strato liquido, un residuo si dispone in modo irregolare: è una forma compressa, di un bruno caldo e spento, che si confonde con l’ombra del liquido e con la trasparenza della ceramica. Le sue estremità sono indistinte, smussate dall’acqua, e l’intera massa sembra appartenere al riflesso più che alla realtà tangibile. La luce, filtrando obliqua, accentua questo effetto di doppio: il reale e la sua immagine si sovrappongono, senza confine netto. Sulle pareti laterali, la curvatura del contenitore amplifica le deformazioni ottiche: la luce rimbalza da un lato all’altro, generando riflessi deboli che si ripetono e si dissolvono in successione. Ogni bagliore produce un’eco cromatica, dal bianco al beige, dal beige all’ambra, dall’ambra al bruno, che si propaga lungo la cavità come una serie di onde luminose. Nella parte superiore, l’asciutto e l’umido convivono nello stesso tono, fusi in un’unica superficie che non separa più luce e ombra, ma li lascia scorrere insieme. Il risultato è una visione sdoppiata, in cui tutto quello che appare è anche la sua ripetizione: le macchie risalgono riflesse, le ombre si raddoppiano, la luce si perde nella propria eco. La cavità diventa una camera di risonanza, dove ogni colore si diffonde per contatto e ogni contorno vibra nel suo doppio, come se l’immagine non fosse altro che la somma dei propri riflessi.
 
24 luglio. Dal bordo asciutto il bianco si piega e cambia stato, da gessoso a lucido, poi a una trasparenza spessa che trattiene la luce come una membrana; la linea non incide ma dilata, disegna una soglia morbida dove l’aria si fa liquido e il chiarore si torce in un miele attenuato che scende lungo la curvatura. La superficie superiore, opaca e rigata, mostra micro-abrasioni e colature bruno-ambra, filamenti secchi che si sfaldano in polvere luminosa; qui il bianco trattiene, più sotto restituisce, e la ceramica si fa pelle tesa, percorsa da un velo che addolcisce i passaggi. Oltre la soglia il liquido è fermo ma non neutro: un grigio-verde dorato, torbido, attraversato da pulviscolo che offusca la profondità. La luce entra obliqua, si disperde in scaglie brevi, disegna un’onda immobile che separa senza dividere; l’immagine si duplica e si sposta di pochi millimetri, come un’eco piegata dalla curvatura del contenitore. Al centro visivo una massa ocra bruna segue il fondo in diagonale: la superficie è liscia a tratti, altrove granulare, con pieghe minime dove il chiarore si ferma e riprende; i bordi, immersi, perdono definizione e rientrano nel liquido come un profilo in dissolvenza, mentre le parti esposte riflettono un bagliore caldo che si frange subito sulle pareti. Attorno, l’acqua costruisce un alone più scuro che dilata la forma; piccole bolle, allineate senza ordine, catturano frammenti del bianco superiore e li trasformano in punti metallici. Le pareti laterali partecipano alla stessa dinamica: il bianco si scalda, diventa beige, poi miele, poi grigio lattiginoso, secondo l’intensità del riflesso; l’umidità disegna una fascia spugnosa, una corona tenue che misura la pressione del liquido sul contenitore. Non c’è un centro unico ma una serie di passaggi: solido che si fa immagine, immagine che si riaddensa in materia, luce che discende e risale come un respiro trattenuto. La curvatura guida lo sguardo lungo un circuito continuo, dal bordo asciutto alla piega lucida, dalla membrana all’ombra ambrata del fondo, poi di nuovo verso l’alto, dove il bianco recupera compattezza. Ogni superficie conserva il proprio doppio: il riflesso raddoppia il contorno, la torbidità lo cancella. Tutto si tiene nella soglia, nell’intervallo che non chiude: aria, liquido, materia, una sequenza senza scatti in cui la visione cambia di stato e rimane aperta alla variazione che la sostiene.

25 luglio. Al centro una forma spezzata, irregolare, occupa la parte bassa come un insieme di residui che si attraggono. Non galleggia né affonda del tutto: sembra trattenuta da una densità invisibile, un equilibrio che la sospende tra il fondo e la superficie. Il colore è un arancio terroso, venato di bruno e di ocra, con screpolature leggere che rivelano strati differenti della stessa materia. Attorno, l’acqua è opalescente, di un grigio che vira al lattiginoso; trattiene la luce, la sfuma, la restituisce come un chiarore diffuso, senza direzione precisa. L’occhio incontra un margine irregolare, dove il liquido si piega verso le pareti e il bianco della ceramica comincia a riflettere tonalità più calde, miele o sabbia, che si dissolvono man mano che risalgono. La parete posteriore mostra tracce secche, piccole impronte brune che si arrampicano verticalmente; il loro ritmo, disordinato, accompagna la curva fino al punto in cui la luce si spegne. La forma centrale proietta un’ombra ambigua, che si mescola al riflesso e produce una doppia immagine, visibile solo in diagonale. Lì la profondità si fa incerta: l’acqua, più densa, distorce i contorni e li trasforma in una massa compatta, percorsa da una vibrazione quasi metallica. I bordi superiori rimangono asciutti, porosi, segnati da un chiarore freddo che contrasta con il tono dorato del centro; la transizione tra questi due stati è impercettibile, un passaggio continuo di lucentezze e di opacità. Nella parte laterale destra, una piccola colatura essiccata conserva un residuo più scuro, che incide la parete come una calligrafia appena leggibile. L’intero spazio si percepisce come una cavità abitata dalla luce, un recipiente che trattiene la memoria dei propri passaggi: asciutto, umido, liquido, riflesso. Non c’è quiete, ma un lento movimento interno, minime oscillazioni del liquido, vibrazioni dei riflessi, variazioni infinitesimali di tono. Tutto sembra convergere verso il centro, dove la materia si condensa e la luce si frantuma, per poi disperdersi di nuovo nelle pareti, in una sequenza che non ha inizio né termine.
 
1 agosto. La superficie visibile si apre come un piano interrotto, una zona di contatto dove la materia si tende e si ritira insieme, lasciando emergere una piega sottile che non si decide tra dentro e fuori. La parte superiore occupa quasi due terzi dell’inquadratura e appare come una distesa avorio attraversata da un chiarore lattiginoso che si espande verso destra e sfuma in una tonalità più fredda. La luce, obliqua e trattenuta, produce un leggero rilievo nei punti in cui la superficie si increspa, minuscole ondulazioni che introducono una vibrazione tattile. Sotto questa fascia chiara, la linea di separazione è irregolare, frastagliata, come il bordo di una lastra corrosa. Al di là, il colore si fa più denso, virando verso un grigio bruno che assorbe la luce e trattiene una profondità opaca. Qui la materia cambia: ruvida, granulare, segnata da depositi e macchie sovrapposte che suggeriscono un lento processo di alterazione. Alcune forme, allungate o circolari, appaiono come residui solidificati, altre come zone evaporate in cui la superficie ha perso compattezza. L’occhio oscilla tra il piano e la cavità. Al centro, una macchia marrone scuro segna il punto di massima densità visiva. I bordi si sfumano in un alone rossastro che testimonia un passaggio di stato, un’area dove il materiale sembra aver ceduto all’umidità. Attorno, sottili venature verticali scendono verso il basso, interrompendosi a tratti, mentre una linea orizzontale arcuata chiude la parte inferiore, segnando il limite dello spazio visibile. Nelle zone laterali il colore tende al beige con sfumature calde, come se un residuo di luce vi si fosse riflesso di taglio. Qui la materia appare più compatta ma attraversata da un’incrinatura potenziale che percorre la composizione. L’equilibrio tra pieni e vuoti è instabile: il vuoto luminoso in alto preme verso la parte inferiore, dove la gravità cromatica accumula il peso dell’immagine. L’insieme genera una sospensione: né superficie né profondità, ma una zona intermedia dove la visione si misura con la propria incertezza. La materia sembra in attesa, e la luce, trattenuta ai margini, continua a oscillare senza mai decidersi se emergere o scomparire.
 
3 agosto. Al centro della scena, in una zona dove la luce si attenua, una massa densa si innalza verticalmente, come trattenuta a metà tra immersione e rilievo. La materia ha una consistenza irregolare, composta da segmenti che si sovrappongono e si piegano leggermente, seguendo un asse inclinato verso la parete posteriore. La superficie è rugosa, percorsa da scanalature e microfratture che assorbono la luce e la restituiscono in tonalità diverse, dal giallo caldo all’ocra bruno. La parte superiore si estende in una forma sottile, quasi appuntita, che tocca la parete interna e lascia un’impronta più compatta, un deposito rappreso di colore ambrato. Attorno alla zona centrale, l’acqua introduce un velo di distorsione: trasparente solo in apparenza, attraversata da una leggera torbidità che rende i contorni incerti. Le zone più profonde si fanno verdastre, poi grigio brune, mentre in superficie si forma un riflesso chiaro che separa due piani visivi. L’occhio è costretto a muoversi tra la materia e la sua immagine riflessa, come se la forma oscillasse tra due stati fisici, uno pesante, l’altro evanescente. Sul margine superiore, la parete bianca mostra una serie di colature discontinue, segni sottili che scendono verticalmente, ma si interrompono prima di raggiungere l’acqua. La loro direzione guida lo sguardo verso il punto di contatto con la massa emergente, là dove la luce si concentra e il colore diventa più saturo, quasi arancio dorato. In questo tratto, la materia sembra più compatta, come compressa dal calore o dalla pressione. Le porzioni laterali restano più neutre: ampie zone bianche attraversate da riflessi pallidi, una superficie che appare liscia, ma porta tracce di usura, piccole macchie, segni minimi di erosione. Verso il fondo, la curvatura del contenitore crea una tensione geometrica che bilancia la densità del centro, e la luce, proveniente dall’alto, rimbalza sui bordi producendo un chiarore diffuso, privo di ombre nette. Tutto converge verso la materia principale, che resta sospesa come un nucleo in trasformazione. Il resto dello spazio si organizza attorno, la luce, l’acqua, la parete, in un equilibrio instabile, dove ogni forma sembra pronta a mutare consistenza, a passare da solida a liquida, da visibile a opaca, senza mai risolversi del tutto.
 
17 agosto. L’ombra è la prima a delineare la forma: un profilo grigio che si stacca dal fondo e definisce un volume prima ancora che la luce lo riveli. Si piega verso sinistra, seguendo la curvatura della parete, poi si chiude in un arco che circonda un’area di riflesso più chiara. Solo dopo si riconosce la massa che la proietta, compatta e lucente, di un bruno saturo che cambia tonalità a seconda dell’inclinazione dello sguardo. La superficie, leggermente irregolare, alterna zone lisce e pieghe minute che trattengono la luce in modo intermittente, creando un effetto di pulsazione visiva. Nella parte superiore, alcune colature verticali interrompono la continuità del bianco: linee sottili che si assottigliano risalendo, come residui di un contatto che ha perso progressivamente forza. Tra queste e il volume principale si crea una tensione compositiva netta: la verticalità dei segni si oppone alla torsione del corpo, che si avvolge su sé stesso formando una curva chiusa, quasi un nodo. L’acqua, limpida e ferma, occupa la metà inferiore del campo, riflettendo la forma in un’immagine attenuata, più fredda, che amplifica la sensazione di profondità. La linea del livello è precisa, ma attraversata da minuscole vibrazioni luminose che ne rendono incerta la definizione. L’occhio scende e risale lungo questa doppia figura, reale e riflessa, senza mai fissarsi completamente sull’una o sull’altra. Il fondo del contenitore, visibile attraverso il velo liquido, restituisce il colore in una tonalità smorzata, grigio-ocra, che fonde luce e ombra in un’unica materia traslucida. Attorno, il bianco delle pareti assorbe la luce laterale e ne restituisce un chiarore morbido, privo di direzione, come se lo spazio fosse retroilluminato da un punto interno. Tutta la scena ruota intorno a un principio di equilibrio instabile: la forma si sostiene grazie al proprio riflesso, l’ombra si confonde con la luce, e quello che sembra solido appare invece come un’immagine sdoppiata, tenuta insieme solo dalla continuità imperfetta del suo doppio.

18 agosto. Si direbbe che lo spazio emetta un suono ovattato, un colpo breve e distante, come quello di una goccia che cade e subito si spegne nel chiuso di un contenitore. Tutto quello che si vede sembra ancora vibrare di quell’eco, come se la materia avesse conservato in sé la memoria del contatto. L’aria sopra l’acqua è immobile, ma il silenzio ha spessore: si avverte nella densità del bianco, nelle pareti curve che riflettono una luce smorzata, nelle zone dove il colore si ispessisce e sembra trattenere un residuo d’umidità. L’occhio impiega qualche istante a distinguere le forme. Al centro, un corpo bruno-ocra si allunga diagonalmente, leggermente piegato, con la parte superiore asciutta e quella inferiore immersa. La superficie non è uniforme: alterna riflessi metallici a tratti più opachi, come se la luce si frammentasse in scaglie sottili. Il colore varia lungo il suo asse, rame caldo, bronzo, poi quasi cenere, fino a confondersi con la tonalità lattiginosa del liquido. L’acqua occupa la porzione inferiore del campo, limpida ma attraversata da una sospensione impalpabile che ne altera la trasparenza. Il fondo, visibile attraverso il velo, ha una consistenza densa, quasi vetrosa, e riflette la forma sovrastante in un’immagine attenuata, deformata, come se il tempo del riflesso fosse leggermente in ritardo rispetto a quello della materia reale. Sulla parete posteriore scorrono colature sottili, appena percettibili, che si allungano in verticale e si dissolvono prima di raggiungere il livello dell’acqua. Ogni segno conserva la direzione del gesto originario, ma ne ha perso la forza, ridotto a traccia, a residuo di un movimento ormai estinto. Attorno, il bianco non è mai neutro: varia secondo la luce, che filtra da sinistra e si piega in diagonale, producendo una serie di gradienti morbidi, dal grigio perlaceo all’avorio. La luminosità complessiva è diffusa, come se provenisse dal liquido stesso e non dall’esterno. Alcuni piccoli punti riflettenti, dispersi sulla superficie, restituiscono un bagliore intermittente che attraversa la scena e si estingue subito dopo. Tutto sembra costruito su questa oscillazione minima, un’onda visiva e sonora che unisce gli elementi e li tiene sospesi: la forma, l’acqua, le pareti, la luce e il suono che non si sente più, ma che continua a modulare la calma profonda dell’immagine.

23 settembre. L’interno si presenta come un invaso bianco, regolare nella curvatura ma inclinato appena verso sinistra, dove il liquido si raccoglie in un ovale giallo-ambra con sfumature verdognole. La superficie, quasi ferma, porta una pellicola di riflessi che disegna una fascia luminosa obliqua, piegata dalla geometria del bordo e spezzata da piccoli punti speculari; in controluce affiorano microbolle rare, sospese come polvere intrappolata. Sotto questa membrana chiara, al centro, si addensa un grappolo di volumi bruno-ramati, tre masse contigue ma non omogenee: la prima più larga e appiattita, la seconda più alta e corrugata, la terza compressa e leggermente ruotata; la profondità variabile dell’acqua rende i contorni elastici, ora netti, ora sfumati in una trasparenza torbida. La parete posteriore mostra una serie di colature sottili che scendono a intervalli irregolari; alcune si allargano in aloni pallidi, altre si raccolgono in nodi scuri, come interruzioni di flusso. Lungo la linea di contatto fra liquido e smalto corre un menisco lucente, continuo ma ondulato, che separa l’opacità del fondo dal riflesso mobile della superficie; una doppia ombra, appena percettibile, enfatizza la profondità dell’ansa. Le direzioni compositive si incrociano: la verticalità delle colature impone un ritmo, la diagonale della luce trascina lo sguardo verso il grappolo immerso, mentre un secondo vettore, più tenue, segue il bordo dell’ovale e chiude il percorso. La temperatura cromatica oscilla: il giallo si inflette nel verde tenue ai margini freddi, il bruno interno si scalda in punti di rame dove la densità aumenta; microscopiche particelle in sospensione producono una grana diffusa che addolcisce le transizioni. Sul lato destro il bianco dello smalto vira a grigio lattiginoso per effetto di rifrazione, con minute puntinature che rompono la continuità; una sottile abrasione ellittica, quasi un’ombra metallica, attraversa il fondo e misura la concavità. Tutto resta organizzato intorno a un equilibrio riflessivo: la luce scende, si piega nell’acqua, riemerge attenuata sulla parete, e nel suo tragitto definisce pesi, volumi, soglie, lasciando la materia in una sospensione calma, tra deposito e riverbero.

@Michele Zaffarano
Grounded, Inedito, 2025