Per le strade sudicie lo studente vaga. Tiene lo sguardo fisso a terra, non sa quel che cerca ma gli hanno detto, una volta, altrove, tempo fa, che abbandonare lo sguardo a terra se si è squattrinati può anche rivelarsi utile. Perciò lo fa: eppure non tira su mezza sigaretta, non trova un centesimo. Passa per strade lastricate, per strade non lastricate, sotto travi che sostengono grandi arcate di metallo verde. Passa accanto agli sguardi immobili di gente che fissa il suolo senza muoversi. Strategie diverse e il suolo in comune. Suolo che sarebbe bello poter definire melmoso, che è invece cemento, o asfalto, o selciatura. I canali di scolo delimitano uno spazio vuoto. Se piove, se piove parecchio, come piove di questi tempi all’improvviso, se si tratta di un vero acquazzone, i canali non bastano. Le uscite della metropolitana saranno intasate, i passeggeri tutti in ritardo. Un macchinista potrebbe anche rimetterci la pelle. In ogni caso, le metro resteranno chiuse per un giorno, ma allo studente poco importerebbe, lui possiede soltanto i suoi piedi. Si insulteranno in televisione, sui giornali, per la cattiva gestione. Non si farà cenno alla donna annegata che aveva trovato tra i labirinti rifugio sotterraneo. Non ritroveranno il corpo cianotico, corpo che sarà roso dai topi – una volta tanto che per mangiare non c’è bisogno di uscire. Per fortuna, ancora non piove. Le nuvole appaiono traslucide in cielo come miraggi, ma nessuno le vede. Aleggia un sentimento pesante, un’accozzaglia di rumori che occupa, come sempre, la città. Se la pioggia è acida, le persone che vivono nelle tende sotto le arcate, dentro i cartoni sotto le arcate, non avranno scampo. Le piogge acide sono come la polizia. Si abbattono sulla miseria. Lo studente è uno studente, e pensa a questo, pensa sempre a questo quando tiene gli occhi fissi per terra. 
        Quando arriva in basso al monastero, le porte sono chiuse, bussa. Bussa di nuovo. Dentro la porta, si apre una finestra, non un volto, è una voce che dice: “E’ tardi, la cappella è chiusa”. “Non vengo per la cappella” “E perché si trova da queste parti?” Per parlare a mio padre. La porta si apre. All’interno del monastero, ci sono orti dove i monaci fanno crescere, in estate, cavoli, carote, zucchine. Ci sono alberi antichi che fanno ricadere i rami sopra le teste e, di tanto in tanto, un uccello. Per orientarsi nel monastero ci sono cartelli che indicano le celle monastiche, la cappella, le cucine, il refettorio, la biblioteca. Lo studente trova strani questi cartelli inutili. Il portinaio non si è nemmeno degnato di presentarsi. Lo studente prende per la biblioteca. I corridoi sono in pietra, sui muri esterni la zizzania prolifera dentro le crepe. Col tempo, l’erba minaccia di separare i blocchi suggellati, i monaci ne hanno tentate di ogni. Il glifosato, o il cianuro di calcio, non la sfiorano neppure, l’erba continua a crescere. Perciò il crollo delle mura del monastero è certo soltanto questione di tempo. E lo studente si arrovella sulle possibilità di sopravvivenza del monastero una volta che le mura saranno infrante. Pensa alle possibilità di ricostruzione. Si chiede se i monaci si rivolgeranno a un’impresa edile, se gli ingegneri del cemento - esistono così tanti tipi diversi di cemento… - risponderanno alla chiamata. Si figura i monaci che dirigono i lavori, studiando i movimenti della betoniera, tracciando i piani di una struttura capace di resistere all’erba infestante. Immagina le salmodie e i sortilegi pronunciati in coro, le mani sulle mura, per tentare di rifiutare l’ordine naturale della decomposizione di tutte le cose. La luce cambia. 
        La biblioteca non contiene libri. Sugli scaffali di legno scuro si trovano pietre allineate, ciascuna con la propria etichetta: "Pleistocene" “Tardo Eocene”, “Giurassico, appena prima del meteorite” e, proprio in fondo alla fila, “Antropocene, frammento ritrovato nelle faglie del Pacifico, datazione ignota”. Un pezzo di pietra simile a plastica, con riflessi blu, verdi e malva. Lo studente accarezza la pietra. Immagina l’enorme pressione tettonica necessaria alla creazione di quell’artefatto. I fossili e le rocce che hanno assistito al succedersi dei millenni lo commuovono meno di quell’aggregato grottesco, e si annota qualcosa. Il quaderno è logoro, la penna senza inchiostro, lascia perdere. Dagli altoparlanti della biblioteca risuona una sequenza di annunci elettronici: “Alle diciotto e trenta saremo lieti di accogliervi al nostro laboratorio multilingue in sala B. Saranno calorosamente benvenuti tutti coloro che desiderano lavorare sulla parola, senza distinzioni di lingua o di classe”. Lo studente si strofina gli occhi, sul punto di risvegliarsi. 
        Altrove nelle strade, fuori ma sempre dentro la città, i poliziotti si accingono a dare la caccia a un gruppo incappucciato, vestito di nero, che grida: Morte al fossile, crepi l’energia! Decapitiamoli, e via di seguito. Sul muro del terzo piano di un edificio in ristrutturazione, il disegno con lo spray di una testa di morto accenna un sorriso. Gli sbirri non ci prenderanno. Siamo come topi. Le moto della BravM sfrecciano, una pioggia di manganellate, chi cade sotto i loro colpi è un martire della rivoluzione. Le bombe molotov si schiantano contro gli scudi anti-sommossa, è una nuova formula che fonde persino la plastica ultraresistente. I poliziotti sguarniti scappano come polli decapitati, il momento giusto per mirare alle tibie coi nostri garofani esplosivi. Volano gambe per aria, ci viene da ridere. Un normale giovedì con la guerra civile, con le sue vittime scelte a caso. Giusto un gioco per sapere, i canali di scolo limitrofi hanno già pieno controllo sugli spostamenti che possiamo effettuare. Alla fine, perderemo.
 

@Enzo Séchaud
estratto da Tout va bien, 2026 
traduzione dal francese di Matteo Morea